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Intervista a Nicola Antonio Colabufo, Presidente di Biofordrug. All’interno dei Percorsi di Accompagnamento Personalizzato (PAP) sarà il Mentore delle start up Cancer Therapye Bioninroc.

di Valentina Parente

 

Biofordrug è uno spin-off nato dall’attività svolta da alcuni ricercatori del Dipartimento di Farmacia-Scienze del Farmaco dell’Università degli Studi di Bari. Nel 2012 Biofordrug sviluppa un kit per la diagnosi precoce dell’Alzheimer che utilizza una sonda fluorescente per il dosaggio dello ione rameico nel siero dei pazienti. Tale kit è stato sviluppato in collaborazione con il Policlinico Gemelli, l’Ospedale ‘Fatebenefratelli’ e il Campus Biomedico di Roma. Il Kit diagnostico è registrato CE presso l’Istituto Superiore di Sanità ed iscritto nel repertorio nazionale dei dispositivi medico diagnostici.

 

Prof. Colabufo, lei è il fautore del nuovo test del sangue in grado di predire se, entro qualche anno, rischiamo di ammalarci di Alzheimer. Come e con chi è arrivato a questa scoperta?
Il test C4D nasce dalla necessità di mettere a punto un kit diagnostico in vitro in grado di determinare la quantità di ione rameico libero in circolo in maniera semplice, rapida, ma al contempo con un alto grado di sensibilità e precisione. La Dott.ssa Rosanna Squitti, biologa e referente dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, in collaborazione con il Prof. Paolo Maria Rossini, primario del reparto di Neurologia del Policlinico Gemelli di Roma, conduce da anni studi volti all’individuazione di biomarkers utili a diagnosticare precocemente l’Alzheimer. Tali studi hanno comprovato il coinvolgimento dello ione rameico libero (rame non legato alla ceruloplasmina) nell’insorgenza della malattia d’Alzheimer, in quanto risulta significativamente aumentato nel siero di pazienti d’Alzheimer e rappresenta il principale responsabile della formazione di placche. Il test impiegato dai nostri colleghi di Roma adoperava un metodo “indiretto” a partire da misure di rame totale e ceruloplasmina: una metodica estremamente laboriosa, costosa e con basso grado di accuratezza. Il test C4D nasce con l’intento di superare gli svantaggi della tecnica anteriore e rendere questo test applicabile su larga scala. Infatti il test C4D si è dimostrato estremamente semplice e accurato; inoltre si presta bene per un’analisi clinico-specialistica di largo impiego. Pertanto, sia pazienti sia soggetti con fattori di rischio quali familiarità, ipertensione, ipercolesterolemia e diabete possono accedere rapidamente e con costi contenuti alla diagnostica innovativa C4D. La realizzazione e la messa a punto del kit è stata effettuata presso i laboratori dello spin-off Universitario Biofordrug con sede a Bari. Ad oggi Biofordrug è di riferimento per l’esecuzione del test in quanto da laboratori convenzionati su tutto il territorio nazionale vengono inviati a Bari campioni per l’analisi C4D.



La sua azienda, Biofordrug, opera nel campo della diagnosi precoce nelle malattie neurodegenerative ed oncologiche. Come ha trasformato i risultati del suo lavoro di ricercatore in un’idea imprenditoriale?
Da anni l’Università ha attivato un percorso virtuoso volto a realizzare quella che viene definita “valorizzazione della terza dimensione”, che comprende la gestione del patrimonio di conoscenze, ricerche, studi e trasferimento di know-how all’interno dei contesti produttivi e industriali sia legati al territorio che di caratura internazionale. Questa terza missione è delegata da parte dell’Università principalmente agli spin-off, che hanno la possibilità di interfacciarsi sia con la ricerca accademica che con il mondo produttivo. Biofordrug ha messo a frutto l’esperienza e il know-how dei propri ricercatori e l’expertise delle aziende presenti nella compagine societaria, per realizzare sia prodotti innovativi, detenendo la proprietà intellettuale, sia attività di service per conto di Aziende Farmaceutiche e Biotech. Nell’ambito delle scelte strategiche, abbiamo preferito investire sulla diagnostica innovativa, rimandando gli investimenti sullo sviluppo del farmaco che, oltre a essere particolarmente cospicui, prevedono tempi realizzativi non adeguati ai tempi di sviluppo di una start up.



Lei ha scelto di mettere le radici nel sud Italia, la sua azienda è rigorosamente “made in Puglia”. Come mai non ha scelto una sede in un centro nevralgico della comunità medica e accademica internazionale? Il Mezzogiorno d’Italia sta vivendo una fase di cambiamento?
Il mio pensiero può essere riassunto in una frase di un grande uomo pugliese di circa vent’anni fa (Don T. Bello): “Pensare globalmente, agire localmente. Il mio gruppo di ricerca da anni collabora con importanti centri internazionali come l’Istituto di Medicina Nucleare di Groningen e di Amsterdam per lo sviluppo di radiotraccianti PET e con importanti Università europee come Sheffield (UK) e l’Università di Lisbona nell’ambito del progetto Europeo Marie Curie (2014-2018) per lo sviluppo di diagnostici innovativi per l’Alzheimer. Queste collaborazioni hanno aiutato a pensare globalmente ed agire localmente, poiché ritengo che il Mezzogiorno abbia tutte le potenzialità per competere a livello internazionale. Gli ingredienti per dar forza a questa fase di cambiamento sono la capacità di fare sistema realizzando reti integrate di competenze e il coraggio di credere nelle proprie idee e nella qualità delle competenze professionali che gli Atenei pugliesi sono in grado di offrire.



Le start up che lei affiancherà sono due, Cancer Therapy e Bioninroc. Quali sono i principali errori che si commettono in fase di start up? Quali sono le maggiori criticità che lei ha affrontato da startupper?
Un’idea può essere pionieristica per molti aspetti, ma, se non è sostenibile in termini economici e richiede tempistiche non coerenti con la nascita e lo sviluppo di una start up, può non essere conciliabile con la capacità d’impresa. Inoltre, investimenti non calibrati alle capacità di recupero e di rientro della start up possono condurre dover posporre il break event point.


Altro punto critico è l’inadeguata conoscenza del mercato: è necessario conoscere i propri competitors, capire qual è la domanda e sapersi posizionare con un brand innovativo. Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire che le maggiori difficoltà incontrate sono correlabili alla necessità di doversi circondare da subito di tutte quelle figure, come quella di tecnico-amministrativo, di marketing, di controllo di qualità e di sicurezza sul lavoro, indispensabili per rendere operativa la start up, in quanto tutte queste figure hanno elevati costi di gestione. Tuttavia lo startupper deve riuscire a coordinare in tempi brevi le varie figure, imparando a gestire ed armonizzare le varie componenti dell’azienda.