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Intervista a Salvatore Latronico, Presidente della Openwork (www.openworkbpm.com). All’interno dei Percorsi di Accompagnamento Personalizzato (PAP) sarà il Mentore della start up Mindesk.

di Valentina Parente



Openwork produce e distribuisce tecnologie di sviluppo applicativo e soluzioni software che abilitano l’innovazione dei processi di business in modo rapido, sicuro e sostenibile. Nata nel 1998, si occupa di strumenti innovativi sviluppati su logiche organizzative e linguaggi naturali, per la modellazione ed esecuzione di processi e regole di business, per la gestione del ciclo di vita di dati e documenti, per il riuso dei servizi disponibili nel cloud.


Dott. Latronico, Openwork è il primo vendor italiano a produrre tecnologie specifiche per il workflow. Ci spiega esattamente di cosa si tratta? Quali sono i benefici per un’azienda che adotta questo processo?

La tecnologia principale prodotta da Openwork, di nome Jamio openwork, possiamo più esaurientemente definirla una piattaforma di sviluppo applicativo basata su logiche di Business Process Management. Questa piattaforma consente di modellare, eseguire e monitorare processi ovvero flussi di attività eseguite da persone e/o sistemi per raggiungere un obiettivo di business.

La principale differenza tra il realizzare una soluzione applicativa con Jamio openwork piuttosto che in maniera tradizionale consiste nel fatto che chi realizza la soluzione non deve preoccuparsi degli aspetti tecnologici ma può concentrarsi esclusivamente sul disegno dei processi e delle regole organizzative, per tale motivo è definita anche una piattaforma per Citizen Developers. I benefici per chi adotta questa piattaforma sono molteplici.

E’ possibile pervenire velocemente alla realizzazione di una soluzione rispondendo subito ai bisogni di innovazione di un’azienda (come adeguarsi a nuove normative, supportare un nuovo modello di business, automatizzare un insieme di attività per ridurre costi e rischi operativi, facilitare la collaborazione tra tutti gli stakeholder di un processo, anche esterni all’azienda). Questo è tanto più vero, se si considera che la piattaforma è fornita anche in cloud, per cui chi la adotta non deve nemmeno preoccuparsi di investimenti in infrastruttura.

Grazie all’approccio per processi è possibile realizzare le applicazioni integrando la dimensione organizzativa, tracciare le attività, mettere insieme diverse fonti informative collegandole allo “scopo” del processo e superando così il classico limite organizzativo indotto da un approccio all’IT per sistemi verticali.

Infine, grazie all’approccio visuale, ovvero attraverso l’uso di un “codice” non IT ma che rispecchia il linguaggio dell’esperto del processo, è possibile realizzare e manutenere le applicazioni con tempi e budget sostenibili.

La piattaforma è un valido supporto alla creazione di un’infrastruttura applicativa “fluida” ovvero in grado di adattarsi facilmente alle mutevoli esigenze di business.

La sua azienda è socia del Distretto dell’Informatica della Puglia. Questo modello favorisce uno scambio di know how e competenze tra le aziende presenti?  Fare “massa critica” contribuisce a moltiplicare le opportunità per un comparto industriale?

Nell’attuale scenario di mercato, condizione necessaria per poter competere è fare “massa critica”, non solo con altre aziende, ma anche con le istituzioni e gli attori della ricerca e della formazione. A ben guardare, a livello internazionale, tutti i modelli d’impresa vincenti sono sempre espressione di un territorio e mai solo della capacità, seppur necessaria, di un singolo. Merito del Distretto dell’Informatica Pugliese è l’aver avviato un processo di catalizzazione di questa “massa critica”, favorendo, in Puglia, un confronto tra le imprese e tra le imprese, le istituzioni e il mondo della ricerca.

Il piano strategico del distretto è il frutto del lavoro collaborativo di molte imprese del territorio che hanno cominciato a confrontarsi su temi di strategia industriale. Questo lavoro ha anche avuto come ricaduta l’avvio di collaborazioni tra le imprese, tradottosi in scambio di competenze, progettualità comune e anche nella costituzione di aggregazioni stabili come le reti di impresa.

Tutto ciò rappresenta una duplice novità: le aziende IT del territorio, normalmente abituate a occuparsi un po’ di tutto, hanno cominciato a ragionare in ottica di prodotto e di strategia, e per questo hanno cominciato a capire che la logica della perpetua competizione tra loro sul territorio può essere superata, a vantaggio di tutti, in un’ottica di filiera.

Qualche giorno fa Openwork è stata premiata a Washington in occasione dei Global Awards per la soluzione tecnologica che consente di gestire la cura dei bambini trapiantati di rene. Cosa rappresenta per voi questo riconoscimento internazionale? Secondo lei in Italia l’informatica è considerata un’industria a tutti gli effetti?

La soluzione premiata a Washington è un esempio dell’applicazione del nostro approccio ai percorsi clinici: attraverso una gestione per processi è possibile organizzare le attività in funzione di quelli che sono i bisogni del paziente e non in funzione della capacità di erogazione di un servizio da parte dei diversi sylos funzionali che compongono una struttura necessariamente complessa come quella preposta alla gestione di un percorso clinico, costituita non solo dalla struttura sanitaria, ma anche da una pluralità di altri attori, come i care giver (cioè coloro che si prendono cura dei malati).

Questo premio innanzitutto è indice della nostra capacità di “far bene” anche in ambito IT, dove gli italiani non godono della stessa reputazione che caratterizza altri settori (vedi moda e alimentare). Nel campo IT, ciò che differenzia il nostro contesto da altri, come quello statunitense, non è questa capacità, non sono più bravi di noi, ma è la scarsa presenza di un ecosistema (competenze specifiche di product management, finanza, leggi, etc…) che facilita la crescita delle aziende IT.

In secondo luogo devo evidenziare che questo premio è stato ottenuto per un progetto realizzato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma insieme alla rete di Imprese Crikhet di cui Openwork è promotrice. E’ quindi un riconoscimento internazionale ottenuto dalla prima filiera ICT stabile del nostro territorio in collaborazione con un’istituzione al di fuori del nostro territorio. E’ la prova che quando si lavora insieme si riesce a fare innovazione travalicando i confini regionali e nazionali.

Con riferimento all’ultima domanda voglio essere ancora più drastico: l’Informatica in Italia non è una industria a tutti gli effetti. La prova? Non esiste alcun brand italiano del settore informatico noto a livello globale. L’Italia ci ha provato in passato (vedi la vicenda Olivetti) ma poi tutti gli imprenditori, grandi e piccoli, hanno ripiegato sul divenire al più degli ottimi system integrator, fatta eccezione per alcuni specifici settori, come quelli dei sistemi di contabilità e gestionali. La colpa non è solo da ricondurre agli imprenditori: l’informatica per affermarsi come industria (questo è vero per tutte le industrie) ha bisogno di una cultura e di un ecosistema specifico che in Italia non esiste.

Lei in qualità di Mentore seguirà la start up Mindesk, che si occupa di sviluppo di modelli 3D in realtà virtuale e vendita di stylus (pennino) integrato nel sistema. Quando nel 1998 lei e altri due giovani laureati avete messo in piedi Openwork avrebbe mai immaginato di arrivare così lontano? Come avete gestito la fase di start up?

Quando noi abbiamo iniziato, la parola “start up” era sconosciuta, la cultura d’impresa non si insegnava nelle facoltà tecnico/scientifiche, non vi era nessuno che finanziava una idea imprenditoriale se non dietro presentazione di garanzie reali e sicuramente non nel settore IT, si guardava con una certa diffidenza un gruppo di ragazzi che aveva intenzione di fare impresa.

Abbiamo iniziato semplicemente “facendo”, seguendo con tenacia, testardaggine, un pizzico d’incoscienza e i mezzi che ci erano dati quello che la realtà quotidianamente suggeriva.

Non trovando soldi e competenze qui da noi, subito dopo l’avvio della nostra attività abbiamo aperto una sede a Milano, dove abbiamo trovato istituti bancari più favorevoli ad investire su di noi e avviato una serie di relazioni che ci hanno consentito innanzitutto di imparare quella cultura di impresa che ci mancava.

Così abbiamo gestito la nostra fase di start up: attenti a quanto ci accadeva e cogliendo dietro ogni difficoltà il suggerimento che essa forniva.