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Intervista a Sergio Fontana, Amministratore di Farmalabor (www.farmalabor.it).

All’interno dei Percorsi di Accompagnamento Personalizzato (PAP) sarà il Mentore della start up Innovasiero.

Di Valentina Parente



Farmalabor nasce nel 2001 a Canosa di Puglia e si occupa di produzione e distribuzione di materie prime ad uso farmaceutico, cosmetico e alimentare, materiali di confezionamento e apparecchiature per le preparazioni galeniche in farmacia. L’attività galenica è fondamentale per l’assistenza sanitaria, in particolare nei casi in cui il paziente ha un’intolleranza a uno degli eccipienti che, insieme ai princìpi attivi, compongono il farmaco industriale. Farmalabor è presente anche Milano con un ufficio commerciale.


Dott. Fontana, lei è partito da un piccolo garage di provincia ed è arrivato ad un’azienda di centinaia di dipendenti con milioni di fatturato. Come si passa da una buona idea imprenditoriale ad un business redditizio? Quali sono gli errori più frequenti che si commettono nella gestione di una start up?

Non esiste una ricetta universale, perché ogni business è unico, è una storia in continuo sviluppo. Tuttavia, è possibile trovare un fondamento comune in ogni storia imprenditoriale di successo: la perfetta conoscenza del mercato, unita alla capacità di trasformare gli ostacoli in sfide.
Gli errori più frequenti nella gestione di una startup riguardano proprio questi aspetti. Molto spesso, si avvia un progetto senza conoscere benissimo il prodotto o il servizio offerto, lo scenario competitivo, le prospettive di sviluppo. L’idea, da sola, non basta: c’è bisogno di sapere e di collaborazione.
Un altro errore ricorrente è cedere alla sfiducia: la fase di lancio di una startup è un momento delicatissimo e i risultati non sono quasi mai immediati. Bisogna lavorare, cadere e rialzarsi, senza perdere la determinazione né la lucidità.

L’attività galenica ai non addetti ai lavori può sembrare anacronistica, legata all’antichità, eppure anche la farmacopea americana sostiene sia fondamentale. Come mai ha deciso di dedicarsi a questo settore? Come ha fatto a inserirsi nel mercato farmaceutico, popolato spesso da grandi colossi industriali?

Sono farmacista di quinta generazione e, fin da giovane, ho sviluppato una vera passione per l’antica arte galenica: realizzare farmaci su misura per ogni tipologia di paziente mi sembrava (e mi sembra tuttora) uno degli incarichi più importanti del farmacista.
Negli anni ‘90, mentre lavoravo in alcune farmacie del milanese con forte tradizione galenica, mi sono chiesto: perché nessuno fornisce materie prime per le preparazioni in farmacia anche in piccoli tagli?
Da qui è nata Farmalabor.
Occupiamo una nicchia di mercato con un grande potenziale, senza temere il confronto con le Big Pharma. Questo perché il farmaco galenico integra, non sostituisce il farmaco industriale. Penso ai pazienti affetti da una patologia rara o intolleranti al lattosio: se le grandi aziende non ritengono remunerativo produrre farmaci per loro, ci pensano i laboratori galenici.

In dieci anni lei è diventato un modello per la classe imprenditoriale non solo del Mezzogiorno ma di tutt’Italia. La Farmalabor è diventata leader di mercato di mercato, superando importanti competitor del Nord. Quanto investite in ricerca scientifica? Avete sviluppato sinergie con enti che si occupano di ricerca?

La ringrazio per il complimento, che condivido con tutti i miei collaboratori.
La ricerca è l’anima di Farmalabor. Investiamo gran parte delle risorse umane ed economiche nei progetti di ricerca: in questo modo siamo riusciti a superare i competitor del Nord e – cosa più importante – noi stessi. È un continuo processo di perfezionamento.
Ovviamente, non si può crescere da soli. Per portare avanti questi progetti, c’è bisogno di stabilire sinergie. È il caso del partenariato “Vis Maris”: insieme al CNR e alle Università di Bari, Foggia e Milano, abbiamo sfruttato le proprietà dell’uva di Troia ad acino piccolo per arricchire il mangime dei pesci, rafforzando naturalmente il loro sistema immunitario.
Un’altra sinergia di successo è stata “Aloplus”: con l’Università di Bari, abbiamo brevettato un sistema innovativo per il trattamento dell’alopecia androgenetica.
Sono in corso altri progetti di ricerca, frutto di collaborazioni accademiche: “N.A.T.U.RE.”, che prevede lo sviluppo di un “simbiotico innovativo” (un mix di fibre, antiossidanti e lactobacilli) per il trattamento della Malattia Renale Cronica, e i due progetti “Falcon Eye” e “Racehorse”, finalizzati alla produzione di un integratore alimentare per la prevenzione della maculopatia essudativa, nel primo caso, e dell’atassia di Friedreich [malattia causata da un'anomalia genetica che comporta nel tempo un danno progressivo del sistema nervoso, ndr.], nel secondo.

La start up che lei accompagnerà, Innovasiero, si occupa di recupero e valorizzazione del siero del latte.  Che consiglio darebbe agli imprenditori del domani? Secondo lei l’Italia è un paese che favorisce l’autoimprenditorialità?

Abbiate coraggio. Continuate a studiare, ad immaginare, partendo dai bisogni delle persone.
Ecco il mio consiglio ai giovani imprenditori. So benissimo che l’Italia non è proprio un paradiso per l’autoimprenditorialità ma ci sono diverse istituzioni che la sostengono anche in Puglia, ad esempio Confindustria Bari-BAT (di cui sono Presidente del Consiglio di Zona) o l’ARTI Puglia.
Certo, la congiuntura economica può rappresentare un limite allo sviluppo delle idee e dei progetti. Eppure, credo nella profonda verità di questo motto: “Quando soffia il vento, non bisogna costruire muri ma mulini a vento”.